“Collezioni del Novecento”

Forlì – Palazzo Romagnoli

Le Collezioni del Novecento di Forlì ci danno la possibilità di vedere le opere dei maggiori artisti italiani del XX secolo, confrontare i loro diversi stili e capire l’evoluzione dell’arte di quel periodo.

L’area espositiva riservata alle Collezioni del Novecento è poco distante dai Musei San Domenico e ha sede a Palazzo Romagnoli in via Albicini. Vi si arriva da piazza Alighieri, fiancheggiando il perimetro del Vescovado. Sulla stessa strada troviamo prima la casa natale di Aurelio Saffi (1819 – 90), oggi sede dell’Istituto Storico della Resistenza, poi la piccola chiesa barocca di San Giuseppe dei Falegnami (1641 – 42).

Forlì, ingresso di Palazzo Romagnoli, sec. XVII

La mostra è disposta su due piani e divisa in quattro sezioni tematiche.

La Collezione Verzocchi si trova al piano terra e occupa dieci sale permanenti che comprendono più di settanta opere e altrettanti ritratti di artisti. Questa raccolta è stata creata e nata dalla volontà del noto imprenditore del mattone, di origine forlivese, Giuseppe Verzocchi (1887 – 1970).

Questo personaggio cominciò il suo lavoro in Inghilterra, poi fondò una società con il conte Ottavio Vittorio de Romano e realizzò un proprio stabilimento per la produzione di materiale refrattario a La Spezia. Intrattenne rapporti con i più importanti artisti italiani del Novecento già dal 1924, quando iniziò la realizzazione del catalogo di vendita dei suoi prodotti.

Nel 1950 invitò circa settanta pittori italiani a creare un loro dipinto sul tema del lavoro. Le opere dovevano avere un formato di 70 x 90 cm e recare a margine la figura di un mattone con impresso il marchio “V&D” dell’azienda Verzocchi & de Romano. Ogni opera realizzata veniva accompagnata da un autoritratto dell’autore.

Nella prima sala di questa sezione è rappresentato il racconto delle motivazioni che hanno stimolato il committente ad intraprendere questa sua esperienza all’interno della pittura italiana.

“Sono nato povero e ho dovuto interrompere gli studi a diciotto anni perché le quaranta lire che costituivano il mio primo guadagno mensile servivano molto in casa. Ho lavorato e lavoro con tenacia, con amore, con frenesia ed è appunto per riconoscenza verso il lavoro che è sempre stata la mia ragione di vita, che ho invitato alcuni pittori italiani a trattare questo argomento nel loro linguaggio. Il tema è, secondo il mio parere, fra i più elevati. Ho lasciato agli artisti la maggiore libertà di interpretazione allo scopo di dare di esso una visione quanto più completa possibile. Ho evitato di dare speciale risalto al mio lavoro per il rispetto che ho verso il lavoro di tutti”.

[G. Verzocchi, Questo mio “poema” sul lavoro, Milano – 18 febbraio 1950]

La collezione è molto singolare e comprende anche una sala dedicata agli autoritratti e alla sua corrispondenza con i vari artisti conosciuti ed invitati a realizzare queste opere. Posta a conclusione di questo percorso espositivo, vi si trovano soggetti molto interessanti. Gli autoritratti ci permettono di vedere l’artista secondo il suo personale modo di rappresentarsi, mentre gli scritti rivelano il suo pensiero.

L’importanza degli artisti impegnati nella rappresentazione di questo tema ci induce ad elencare almeno i seguenti: Gino Severini, Fortunato Depero, Enrico Prampolini, Giorgio De Chirico, Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Mario Sironi, Felice Casorati, Achille Funi, Massimo Campigli, Ottone Rosai, Ardengo Soffici, Mario Mafai, Ennio Morlotti, Aligi Sassu, Renato Guttuso, Afro Basaldella, Giuseppe Capogrossi, Emilio Vedova.

In una sola esposizione possiamo valutare le opere dell’intero periodo moderno e abbiamo una visione completa di tutta la pittura italiana del Novecento in un’esplosione, affascinante e coinvolgente, di linee, colori e forme.

Verzocchi non fu un collezionista, ma un uomo che utilizzava l’arte come promozione di un messaggio e di una attività produttiva. Nel 1961, il giorno della festa del lavoro, donò la sua raccolta al Comune di Forlì.


Al piano superiore troviamo le tre sezioni di opere del patrimonio comunale. Vi si accede seguendo il “percorso del cerimoniale” ovvero salendo l’ampio scalone e attraversando la grande sala centrale del palazzo, in passato utilizzata come ambiente di ricevimento.

Qui troviamo la sezione dedicata a Giorgio Morandi (1890 – 1964) dove sono conservate le opere pittoriche e grafiche della Donazione Righini. Lo spazio di due sale è occupato da tre dipinti di fiori ad olio su tela del suo ultimo periodo e da sei acqueforti che rappresentano diversi soggetti e momenti della sua attività artistica.

Attraverso queste poche ma varie opere possiamo tuttavia, farci un’idea abbastanza precisa del suo modo di interpretare l’arte.

Adolfo Wildt, Santa Lucia, 1926, marmo e bronzo dorato, Forlì, Collezioni del Novecento – Palazzo Romagnoli

In una grande sala attigua al salone principale troviamo la sezione dedicata allo scultore Adolfo Wildt (1868 – 1931) con le opere donate al Comune di Forlì dal marchese Raniero Paulucci de Calboli nel 1931.

Si tratta di una raccolta di sculture straordinariamente significative, caratterizzate da un simbolismo interpretato in maniera molto personale.

L’ultima parte dell’esposizione, chiamata “La grande Romagna” è dedicata agli artisti romagnoli. Questa sezione occupa sei sale del palazzo e presenta le opere dei principali artisti forlivesi. La prima di queste stanze è destinata alla scultura e mostra una decina di soggetti di diversi autori, fra i quali Domenico Baccarini (1882 – 1907), Tullio Golfarelli (1852 – 1928), Bernardino Boifava (1888 – 1953). La seconda sala è caratterizzata dal grande dipinto (395 x 685 cm) ad olio su tela di Gino Ravaioli intitolato Trittico della Romagna (1924), un’opera impressionante che riunisce in un unico quadro tutte le immagini tipiche della nostra regione. Le due sale successive comprendono i dipinti del “Cenacolo Forlivese” di artisti (1920) di ambito futurista e anche un’opera di Giacomo Balla (1871 – 1958). Le ultime due sale invece, sono dedicate alla “Stagione dei premi”, ovvero ai concorsi e comprendono diverse opere di arte contemporanea.

link utili: Palazzo Romagnoli – Le collezioni

Un po’ di storia

Il prospetto principale di palazzo Romagnoli risale al XVII secolo e completa una più antica costruzione ampiamente modificata nel secolo XIX. Le sale al suo interno sono caratterizzate dalle volte affrescate in stile neoclassico e liberty.

Forlì, Palazzo Romagnoli, veduta del fronte principale su via Albicini [Google Maps]

L’edificio era posseduto dal marchese Lorenzo Romagnoli (1762 – 1827) di Cesena dal 1805, quando decise di trasferirvi la propria dimora in seguito al conferimento dell’incarico di prefetto del Dipartimento del Rubicone, durante il periodo della dominazione napoleonica. Primogenito di Melchiorre I (1728 – 1800), proveniva da una famiglia nobile che aveva fatto fortuna grazie ai buoni rapporti tenuti sia con la Chiesa che con la monarchia, poiché godeva di ottima reputazione anche presso le corti di Parigi e Vienna. Lorenzo fu uno dei personaggi più importanti della Romagna di inizio Ottocento. Dopo aver concluso gli studi in giurisprudenza a Roma (1784) presso lo zio, Monsignor Giovanni Bufalini, tornò a Cesena (1786) e si sposò con Elisabetta Bandi, figlia della contessa Marianna Onesti, nipote di Papa Braschi. Le sue nozze, celebrate dal Cardinal Chiaramonti il 17 Novembre 1794, furono un evento straordinario per la città intera. Ai ricchissimi festeggiamenti parteciparono tutte le più importanti personalità del tempo, compresi il Cardinale Roverella e il Tesoriere Generale Antonio Gnudi e furono organizzate corse di cavalli nella pubblica piazza. La costituzione della Repubblica Cispadana (1796) fece di Lorenzo Romagnoli l’autorità più influente della Romagna. Nel 1798 divenne comandante della milizia civica e fu uno dei maggiori acquirenti dei beni nazionali ed ecclesiastici, dal 1802 fece parte del consiglio dipartimentale e nel 1805 venne nominato prefetto del Dipartimento del Rubicone con sede a Forlì, dopo aver presenziato a Milano, assieme alle maggiori autorità italiane, alla proclamazione della monarchia. Lorenzo rimase in città anche dopo la caduta di Napoleone e fu anche consigliere comunale (1814). I suoi figli rimasero a Forlì e continuarono ad abitare il palazzo. Prospero (1812 – 99) si maritò con la contessa Anna Gaddi, figlia della contessa Teresa Chiaramonti, nipote di Papa Pio VII, mentre Virginia (not. 1877 – 88) si sposò in Casa Reggiani con Girolamo Lorenzo, dando origine alla discendenza Reggiani – Romagnoli, che della famiglia adottò non solo il nome ma anche lo stemma del casato. La famiglia Romagnoli di Cesena continuava con il fratello di Lorenzo, Baldassarre V (1772 – 1826).

Forlì, veduta di Palazzo Romagnoli e della zona fra le vie Albicini e Marcolini con il Vescovado (a sinistra), il cortile di Casa Saffi e la facciata di San Giuseppe dei Falegnami (al centro) [Google Maps]

I Romagnoli erano grandi committenti di soffitti dipinti: un grande ciclo di affreschi e un ampio salone con volta dipinta a sfondato caratterizzano il loro palazzo di Cesena, così come le decorazioni delle volte quello di Forlì. Le parentele con le famiglie Reggiani e Gaddi sembrano così riunire in un solo gruppo i migliori esponenti del mecenatismo tardobarocco e neoclassico.

Le residenze nobiliari delle due casate infatti, hanno in comune diversi caratteri propri di questi periodi storici. Palazzo Corbici – Reggiani è dotato di uno stupendo scalone tardobarocco a doppio volume, decorato da sculture e stucchi e sormontato da un ballatoio mistilineo, mentre la galleria del piano nobile è completamente dipinta e coperta da una volta a sfondato ed architetture illusionistiche. Anche palazzo Gaddi – Pepoli ha un grande scalone con statue e stucchi dello stesso periodo, ma coperto da una volta che prende luce dall’alto e affrescata con motivi architettonici e illusionistici, mentre le stanze hanno soffitti decorati di stile neoclassico.

Desideriamo aggiungere notizie su questi splendidi palazzi, ancora poco conosciuti e, qualora si presenti l’occasione per approfondirlo, pubblicare un interessante articolo sull’argomento.

Riferimenti:

  • E. Brunelli, Palazzo Romagnoli, il barocco a Cesena (1656 – 1780), Università degli Studi di Firenze – Facoltà di Architettura, AA 2006 – 2007
  • G. Viroli (a cura di), Palazzi di Forlì, Forlì 1995

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“Ulisse, l’arte e il mito”

Pubblichiamo questo articolo quale breve presentazione della mostra che riaprirà a breve, dopo la chiusura temporanea programmata fino al 13 aprile 2020.

“Ulisse, l’arte e il mito”

Forlì, Musei San Domenico

15 febbraio – 21 giugno 2020

È la prima esposizione d’arte dedicata ad un personaggio mitologico. Il tema è molto affascinante perché tratta un argomento immaginario.

Testa di Polifemo e John W. Waterhouse, Sirena, 1900, olio su tela – Londra, Royal Academy of Arts

Come in tutti i grandi appuntamenti con l’arte organizzati dai Musei San Domenico, la mostra può essere letta secondo diversi punti di vista. Non si limita alla descrizione di un singolo autore o di una corrente artistica. Questa volta però non rappresenta nemmeno un soggetto reale. La curiosità di scoprire questa nuova maniera di raccontare l’arte, amplifica l’interesse per il soggetto trattato. Per questo motivo evitiamo di pubblicare un articolo di presentazione dell’evento, lasciando al lettore la possibilità di immaginare quali possono essere le opere esposte e quali gli artisti presentati. La mostra interessa un arco temporale molto ampio, che comprende la produzione di ogni epoca storica.

Un nuovo modo per visitare l’esposizione del San Domenico

In attesa della riapertura al pubblico, è possibile scoprire in anteprima il mito di Ulisse facendo un “viaggio multimediale” all’interno della mostra. Questo grazie al sito internet dedicato all’evento e al video caricato su canale Youtube, lo stesso che originariamente era proiettato all’interno della chiesa di San Giacomo.

Con l’acquisto di un biglietto integrato è possibile visitare le collezioni civiche dei Musei di San Domenico e di Palazzo Romagnoli.

Consigliamo questa scelta perché consente di vedere le opere di Palmezzano e della pittura rinascimentale in Romagna ed anche le Collezioni del Novecento, rendendo la vostra giornata a Forlì un’esperienza unica.

Saremo presenti alla mostra e presenteremo, in seguito, la nostra recensione sull’evento.

Nei prossimi articoli descriveremo le collezioni di arte moderna di palazzo Romagnoli, che presentano opere dei più grandi artisti italiani del XX secolo.

link utili: mostraulisse

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“How to pronounce Matteo Zaccolini”

Con la redazione di questo articolo, intendiamo lanciare una serie di argomenti riguardanti il recupero delle tracce storiche lasciate da personaggi, monumenti, architetture e opere romagnole, anche importanti, che si sono perse nel corso del tempo o sono sconosciute alla cittadinanza locale.

Esiste un video di YouTube su come pronunciare il nome e cognome di Matteo Zaccolini pubblicato sul proprio canale da PronunceNames, sito web americano per la ricerca della corretta pronuncia di nomi di persone e luoghi. Ciò significa che è importante per gli americani pronunciare correttamente il nome di questo artista. Ma chi è Matteo Zaccolini?

Matteo Zaccolini (1574 – 1630) è stato un pittore e trattatista cesenate attivo a Roma e Napoli nel periodo 1599 – 1630. Allievo dell’illustre e influente filosofo, matematico e trattatista Scipione Chiaramonti (1565 – 1652) e del pittore e architetto Francesco Masini (1532 – 1601), fu uno dei primi studiosi delle opere di Leonardo da Vinci sul colore, l’ottica e la prospettiva.

Pittore dotato di una discreta capacità figurativa, si specializzò nella quadratura e nella realizzazione pratica di architetture e prospettive illusionistiche, dipinte elaborando proprio i temi di derivazione leonardesca sulla prospettiva “a volo d’uccello”, gli sfondi di paesaggio e la pittura “atmosfrerica” in lontananza. Le sue opere rivelano lo studio del colore e delle ombre di figure proiettate su membrature architettoniche in rappresentazioni scorciate, vedute dal basso e anche per angolo. In questo tipo di esecuzioni divenne presto un maestro poiché capace di dipingere in maniera rapida e precisa, attitudine che gli consentiva di realizzare con facilità le costruzioni prospettiche più complesse. Zaccolini dipingeva anche ornamenti di modanature e finti stucchi, nonché immagini tratte da un suo repertorio di nappe, volute, cartigli, conchiglie, teste di putti e gigli contornati da dorature su sfondo monocromo.

Arrivato a Roma sul finire del 1599, diede prova delle sue capacità nell’importante cantiere della chiesa di Santa Susanna, come assistente di Baldassarre Croce (1558 – 1628) per la decorazione della navata, dove realizzò gli sfondi delle storie di vita dei Santi e tutte le architetture dipinte, con la grande colonnata fittizia e i paesaggi (1600). La sua opera più importante (1602) riguarda la decorazione della volta del coro nella chiesa di S. Silvestro a Monte Cavallo (al Quirinale), questa volta come prospettico di Giuseppe Agellio (1570 – 1650). Si ritirò ed entrò nell’Ordine dei Teatini (1605) proprio nel convento di S. Silvestro, dove in seguito dipinse tutte le immagini e finte architetture dell’intero complesso, poiché continuò a dedicarsi agli studi di prospettiva e alla pittura, seguendo in prima persona i progetti decorativi commissionati dal suo ordine. Nel 1618 venne trasferito a Napoli come consulente per disegni e modelli di architettura, stucchi, fontane e vari ornamenti. Presso la Casa dei SS. Apostoli, realizzò la prospettiva dipinta nel refettorio e il modello del tabernacolo della chiesa. Tornò a Roma nella primavera del 1623 e venne subito trasferito per qualche mese a S. Andrea della Valle, dove probabilmente seguì il Domenichino, occupato alle decorazioni del coro e crociera della chiesa.

La competenza dello Zaccolini nelle rappresentazioni prospettiche divenne presto riconosciuta ed apprezzata da molti scrittori d’arte e artisti già affermati, che seguivano le sue lezioni e i suoi utili consigli in materia di ottica e teoria delle ombre: fu consulente di Pomarancio (Cristoforo Roncalli, 1552 – 1626) e del Cavalier d’Arpino (Giuseppe Cesari, 1568 – 1640), nonché maestro di Domenichino (Domenico Zampieri, 1581 – 1641), Nicolas Poussin (1594 – 1665) e Filippo Gagliardi (1608 – 59), detto anche “Filippo delle Prospettive”, principe dell’Accademia di S. Luca ed insegnante di quadratura, che lo descrisse come uomo di rare qualità e dottissimo in questa professione. Le sue rappresentazioni di figure che proiettano ombre su finte strutture architettoniche ispirarono le costruzioni illusionistiche di Domenichino e vennero utilizzate da molti artisti successivi, raggiungendo gli esiti migliori attraverso le opere di Bernini e Gaulli.

Nel periodo 1610 – 18 riportò le proprie conoscenze in un trattato di quattro volumi sulla prospettiva, su colore e ottica, luci ed ombre, principi della visione. Dopo la sua morte (1630) questa opera venne fatta trascrivere e divulgata da Cassiano dal Pozzo (1588 – 1657), che lo considerava uno dei più autorevoli studiosi di ottica e di prospettiva del suo secolo. Oltre a costituire una solida base teorica per i pittori di prospettiva illusionistica del periodo barocco, questa opera aveva la particolarità di essere in parte scritta da destra verso sinistra, a totale imitazione della scrittura leonardesca e comprendeva la precisa descrizione della prospettiva aerea. Gli scritti di Leonardo non erano presenti a Roma prima dell’arrivo di Zaccolini (1600 circa) e successivamente vennero riprodotti in diverse copie, sempre per interessamento e commissione dell’erudito e mecenate Cassiano dal Pozzo.

Matteo Zaccolini era quindi un personaggio molto noto nella Roma del Seicento, poiché aveva già scritto di lui il medico senese Giulio Mancini all’interno di un suo manoscritto sui teatri, Considerazione sulla pittura (1614 – 21). L’importanza del pittore cesenate è testimoniata dalle sue numerose biografie scritte da Cassiano Dal Pozzo (1630 – 40), da Giovanni Baglione nelle Vite (1642), dal teatino Giuseppe Silos (1666), poi da Félibien (1666 – 88) e nelle Vite di Bellori (1672) e Passeri (1772).

Il suo nome è tornato ad interessare gli storici dell’arte poiché ritrovato nel contesto degli studi internazionali su Leonardo da Vinci. Fu soprattutto lo storico Carlo Pedretti ad interessarsi della sua opera (1957) e a ritrovare, alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, una copia del trattato sulla prospettiva dello Zaccolini (1973). Gli studi sull’artista proseguirono ancora negli USA attraverso le numerose ricerche di Janis Bell (1983), autrice del primo studio completo sulla sua opera (1985). Attualmente, studi ancora più approfonditi sono stati trattati da Francesca Guidolin (2015), che ci offre un’immagine chiara e precisa di questo artista del primo periodo barocco.

La città natale di Matteo Zaccolini ha dedicato una lodevole iniziativa a questo importante personaggio, organizzando un convegno di studi nel contesto delle celebrazioni per il 500° anniversario della morte di Leonardo da Vinci. Nonostante la presenza dei più autorevoli ricercatori sulla sua opera, Janis Bell della Brown University degli USA e Francesca Guidolin dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, oltre a Domenico Laurenza dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza di Firenze, questo artista cesenate è rimasto, per la cittadinanza, nell’oblio dei tempi passati.

Il trattato sulla prospettiva di Matteo Zaccolini risale al periodo 1610 – 18 ed è formato da quattro codici manoscritti dal titolo: De Colori, Prospettiva del Colore, Prospettiva Lineale, Della Descrittione dell’Ombre prodotte da Corpi opachi rettilinei.

Riferimenti:

  • Carlo Pedretti, The Zaccolini Manuscripts, in «Bibliothèque d’Humanisme et Renaissance», XXXV – 1973
  • Janis C. Bell, The life and works of Matteo Zaccolini. 1574 – 1630, in «Regnum Dei», XLI – 1985
  • Francesca Guidolin, Il colore della lontananza: Matteo Zaccolini, pittore e teorico di prospettiva, Venezia 2015

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“L’Ottocento: un secolo d’arte in mostra a Forlì”

In questo articolo vi presentiamo la nostra prima recensione di un grande evento che si sta svolgendo qui in Romagna.

Raccontiamo le nostre sensazioni ed opinioni sulla mostra: “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini” aperta a Forlì, presso i Musei San Domenico, fino al 16 giugno 2019.

Ottocento è la mostra delle sensazioni e delle tecniche infinite.

Questo perché ogni singolo quadro esposto è capace di trasmettere molteplici, intense e contrastanti emozioni: la severità dei soggetti storici, la crudezza della guerra, l’introspezione prodotta dalle difficoltà sociali e personali, la malinconia e la meraviglia di un paesaggio, la grazia e il fascino di un ritratto di donna.

Questa mostra è anche la rappresentazione delle diverse e particolarissime tecniche pittoriche che distinguono le scuole e gli autori di questo secolo contradittorio: ognuno di essi possiede un proprio personale tocco o una caratteristica pennellata.

Mostra Ottocento manifesto
Forlì. Musei San Domenico. Manifesto della mostra. 9 febbraio – 16 giugno 2019

L’ingresso dell’esposizione è posto a destra del refettorio, dove si trovano gli affreschi dell’antico convento. La prima serie di sale contiene alcuni ritratti di Hayez molto interessanti, dipinti su sfondi neutri, quindi diversi soggetti a carattere storico (della metà del secolo) descritti assai bene attraverso la sua tipica rappresentazione a contorni chiaramente definiti. Un soggetto singolare è il Vaso di fiori sulla finestra di un harem (1869 – 81).

A lato di queste sale percorriamo il lungo corridoio con i soggetti classici e storici, che comincia con il Bagno pompeiano (1872) di Giuseppe Barbaglia (1841 – 1910), una grande tela dal vago aspetto simbolista e prosegue con altri grandi dipinti di Giuseppe Sciuti (1834 – 1911), Giovanni Muzioli (1854 – 94), Cesare Maccari (1840 – 1919) e Francesco Saverio Altamura (1822 – 97). Su questa parete troviamo un grande dipinto, impressionante: I funerali di Britannico (1888) del Muzioli, impostato attraverso una “intelaiatura” di imponenti architetture marmoree soggette alla furia della tempesta, che sembra travolgere anche lo strazio della ragazza, rimasta immobile su un tavolo di freddo marmo. A sinistra, in fondo al corridoio, troviamo un altro grande dipinto di Hayez, il Martirio di San Bartolomeo (1856), mentre a destra vi sono alcune opere di carattere auto-celebrativo: il Leonardo che ritrae la gioconda (1863) del Maccari e Raffaello e la fornarina (1866) di Francesco Valaperta (1836 – 1908), dove su uno sfondo scuro è posta la grande tela della Trasfigurazione.

Cortile ingresso mostra
Forlì. Musei San Domenico. Cortile di ingresso.

Lungo questa ala dell’antico convento si trovano le sale con i ritratti di importanti personaggi italiani: D’annunzio, Carducci, Manzoni, Puccini, Cavour ed anche il busto di Verdi (1872) di Vincenzo Gemito e quello di Aurelio Saffi (ultimo decennio del secolo XIX), attribuito a Tullio Golfarelli. Diversi i ritratti di Vittorio Matteo Corcos (1859 – 1933), fra i quali spicca quello di Garibaldi, un interessante quadro su sfondo nero con il rosso sangue degli indumenti risolto da una pennellata “immateriale”. Chiudono l’ultima sala uno studio di testa (1873) di Silvestro Lega (1826 – 95) e il ritratto di Diego Martelli (1887) di Francesco Gioli (1846 – 1922).

Salendo lo scalone per andare al piano superiore, cominciamo a scorgere il Cesare Borgia a Capua (1879 – 80) di Gaetano Previati, uno dei tre giganteschi quadri che occupano totalmente le pareti del vano. Tuttavia, queste immagini non si possono osservare nella loro interezza fino a che non si è arrivati al piano, dove sono collocate, distese sulla sinistra, le statue in gesso degli amanti (1883-84) di Leonardo Bistolfi.

Siamo nel “cuore” della mostra e accediamo ad alcune sale “tematiche” poiché contengono le opere che raccontano i grandi argomenti del verismo ottocentesco.

La prima possiamo definirla la “sala della guerra”

Il dipinto di fronte al suo ingresso è lo staffato (1880) del Fattori, poi troviamo l’artiglieria toscana a Montechiara (1860) di Telemaco Signorini, le grandi immagini di Napoleone Nani, Federico Faruffini, Domenico e Girolamo Induno (La battaglia di Magenta, 1861) per finire con La breccia di Porta Pia (1871) di Michele Cammararo (1835 – 1920), un quadro impressionante, dalla pennellata consistente e materica. Esplosivo! Sembra di averlo vissuto!

Nella stessa sala si trovano anche le cucitrici di camicie rosse (1863) di Odoardo Borrani (1833 – 1905), un quadro molto piccolo di dimensioni ma stupendo, dal tocco di pennello fine e preciso.

La seconda sala è quella dei “temi sociali”

Naturalmente vi sono i quadri di Telemaco Signorini, ma anche diversi dipinti molto significativi. La marcatura dei puledri in Maremma (1887) di Fattori è magnifico, la sua tipica pennellata è ben riconoscibile e il soggetto, inconsueto, è ben rappresentato su un paesaggio marino che compare sullo sfondo. L’erede (1880) di Teofilo Patini (1840 – 1906) invece, è una pura rappresentazione della povertà. Al centro della sala si trovano due grandi sculture in bronzo, sovrastate per importanza da una più piccola: il boaro (1885) di Bistolfi. Sulle altre pareti sono esposte le opere di Segantini, Bartolomeo Bezzi, Angiolo Tommasi e Felice Carena, con grandi quadri dal forte impatto, poi Plinio Nomellini e La sedia vuota (1903) di Angelo Morbelli, di modeste dimensioni ma con una pennellata particolarissima a piccoli filamenti disposti anche secondo una finissima maglia “telata”.

La terza è la “sala del paesaggio”

Il primo quadro, di fronte all’ingresso è il singolare Tramonto (il roveto) di Pelizza da Volpedo, del 1880, un soggetto naturalistico privo della presenza umana, quindi troviamo bellissimi dipinti di Nino Costa, Vincenzo Cabianca (1827 – 1902), Guglielmo Ciardi, Francesco Lojacono (1838 – 1915), ma anche un particolare soggetto di Pompeo Mariani, La sposa del mare (1897).

Il corridoio loggiato sul primo cortile comprende diverse sculture ed altri dipinti di Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi (1841 – 1917), con la sua pennellata caratteristica pseudo – divisionista, Una madre (1884) di Silvestro Lega, un quadro grande che trasmette sensazioni particolari e si conclude con un “ritratto trittico” di Vittorio Matteo Corcos, in lettura sul mare (1910).

Il corridoio successivo comprende ritratti di donna a figura intera, quasi una “sfilata di moda”, quindi si accede ad un’altra sala dei ritratti che presenta anche dipinti di epoche precedenti, eseguiti da Barocci, Reni, Crespi, Tiepolo, Batoni e Giovanni Carnovali detto il Piccio. Le opere principali di questo locale sono tuttavia le più recenti, ovvero quelle di Giacomo Balla, dalla pennellata diversificata applicata per linee o a tratteggio, oppure a puntini o ancora con un tocco denso e le tre donne (1909 – 10) di Boccioni, un quadro grande ad altezza d’uomo dove una luce abbagliante tende a smaterializzare i corpi.

L’ultima che incontriamo si può definire la “sala della sintesi”

Vi si trovano sei grandi quadri che riuniscono, in questo unico ambiente, tutto il percorso della mostra fin qui apprezzata: il tondo con angeli di Sartorio, due grandi quadri di Segantini, le due madri del 1889 e alla stanga del 1886, un coinvolgente quadro in orizzontale di Francesco Paolo Michetti (1851 – 1929), il morticello (1884), lo specchio della vita di Pelizza (1895 – 98) e pascoli di primavera (1896), ancora di Segantini.

Un trionfo. La degna conclusione di un percorso che è stato un crescendo di sensazioni.

San Domenico. Primo cortile
Complesso di San Domenico. Primo cortile dell’ex monastero.

In questa recensione, ci siamo tuttavia limitati a descrivere le opere che ci hanno maggiormente impressionato, poiché la mostra comprende anche numerose altre opere non citate in questa circostanza. Nonostante la presentazione dell’evento abbia creato, nella nostra redazione, una grande aspettativa, la rassegna è stata comunque sorprendente per l’importanza, il numero, la qualità e la disposizione delle opere all’interno del complesso.

Partecipare all’evento diventa perciò un’occasione da non perdere per osservare e studiare queste opere straordinarie.

Un’autentica lezione di storia dell’arte dal vivo.

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“Il complesso di San Domenico a Forlì”

Per descrivere lo stato attuale del complesso di San Domenico, è necessario cominciare dalla fine, ovvero dal parziale crollo della chiesa avvenuto nel 1978 ed esteso a gran parte della copertura.

La storia recente dell’edificio è il racconto della sua rinascita.

Inizialmente pensata come luogo per spettacoli teatrali, nel 1992 viene definita la modifica di destinazione d’uso e nel 1996 avviato il progetto preliminare del restauro, per adibire la struttura a sede della pinacoteca civica, quindi riqualificata la piazza antistante (2004). L’apertura al pubblico del convento ristrutturato è stata celebrata con l’inaugurazione della mostra su Marco Palmezzano (2005): il primo di una serie di grandi eventi che da allora caratterizzano ogni anno le iniziative dei Musei San Domenico. Nel 2015 si sono conclusi i restauri della chiesa, che hanno permesso di recuperare ulteriori spazi per eventi espositivi e culturali, rappresentati nella grande sala coperta dalla volta formata da centine in legno.

Complesso San Domenico Forlì
Forlì, Ingresso dell’ex Convento di San Domenico e chiesa di San Giacomo Apostolo, sec. XIII

La presenza dei domenicani a Forlì è attestata già dall’inizio del XIII secolo e la fondazione del convento sembra risalire al 1229, secondo quanto ci riferiscono gli storici locali del Seicento. La chiesa dei domenicani forlivesi è dello stesso periodo e da sempre dedicata a San Giacomo Apostolo. Il convento era disposto su due piani e distribuito attorno a due chiostri: comprendeva un dormitorio di quaranta celle, gli ambienti per gli ospiti e infermi, la libreria e lo studio di teologia dei domenicani, collocati al piano superiore del corpo edilizio fra i due cortili. La biblioteca, già completata nel 1544, era a tre navate voltate con 19 banchi per lato e divideva in due parti il lungo dormitorio sul lato orientale attraverso una doppia loggia che serviva da passaggio fra i due ambienti, disposta nella posizione dove attualmente si trova lo scalone, evidentemente sistemato in seguito ad un ampliamento ottocentesco. Nel periodo 1505 – 09 si effettuò una prima trasformazione del convento, grazie ai proventi di cospicue elemosine e, soprattutto, attraverso l’impiego delle risorse incluse nel legato testamentario (1480) di Pino Ordelaffi. L’intervento, eseguito da mastro Francesco da Calvisana su disegno di Agostino da Mantova, riguardava la totale ristrutturazione dei chiostri e la creazione di un nuovo loggiato di gusto rinascimentale.      La decorazione pittorica del refettorio, scoperta nel corso dei primi studi effettuati nel 1996 è di notevole interesse ed oggi interamente restaurata. Sulla parete nord è dipinto un affresco ripartito in tre scene da elementi architettonici: quella centrale rappresenta una Crocifissione, mentre quelle laterali descrivono due momenti significativi della vita di San Domenico. Un documento del 1520 attribuisce l’esecuzione a Girolamo Ugolini, figlio di Marco Antonio Argentiere. Sulla parete sud sono rinvenuti altri affreschi, sempre suddivisi da una architettura dipinta che circoscrive la rappresentazione del Miracolo dei pani di San Domenico.

veduta aerea fronte sulla piazza
Forlì, Complesso di San Domenico, veduta del fronte sulla piazza [Google Maps]

Importanti opere di ampliamento e ristrutturazione vennero realizzati anche nella chiesa, all’inizio del XVIII secolo, evidentemente per adeguarla alle nuove regole stabilite in seguito alla controriforma. L’edificio originario era a tre navate divise da una serie di pilastri e si concludeva con un’abside semicircolare, mentre a fianco di questa sorgevano il campanile (ricostruito dopo il 1408, in seguito al danneggiamento di un fulmine), la sagrestia e un piccolo porticato, posto lungo il lato meridionale della costruzione. La chiesa venne poi allungata e diventò ad unica navata con cappelle laterali. La parte più significativa dei lavori fu realizzata nel periodo 1715 – 19 e riguardava l’esecuzione di gran parte della decorazione interna, stucchi, dipinti e altari delle cappelle, oltre alla sistemazione di coro e abside. La Cappella Albicini, il cui grande volume è ben visibile all’esterno della costruzione, è stata oggetto di diverse vicissitudini contemporanee ai lavori settecenteschi, che videro coinvolti diversi artisti e consulenti. La cappella, acquistata nel 1626 dal marchese Giuseppe Albicini (1589 – 1668) e intitolata a San Giuseppe, sporgeva verso il corpo della navata: per questo motivo doveva essere ridotta di dimensioni ed uniformata alle altre. Naturalmente, la famiglia era contraria al progetto, cosicché il marchese scrisse a Roma per contrastarne l’esecuzione, allegando in suo favore le valutazioni di alcuni esperti (1706). In tale occasione venne chiamato da Bologna anche l’architetto Giuseppe Antonio Torri (1655 – 1713), che eseguì alcuni studi per la chiesa, mentre Filippo Cignani (1663 – 1726) eseguì il disegno dettagliato di tutte le decorazioni della cappella. In risposta a quella dell’Albicini, nel 1714 fu inviata a Roma una perizia del capomastro e architetto Domenico Conti di Forlì, consulente dei Padri domenicani, che descriveva la pianta dell’edificio con le esatte proporzioni di quello attuale. All’interno della chiesa si trovavano diversi altari, disposti all’interno delle cappelle laterali, oggi trasferiti al duomo e in diverse altre chiese di Forlì, mentre alcuni dipinti e i sarcofagi dei domenicani Marcolino e Giacomo Salomoni si trovano ora nella pinacoteca.

veduta aerea lato est
Forlì, Complesso di San Domenico, veduta del fronte posteriore [Google Maps]

Gli ambienti che ospitano la pinacoteca civica sono posti al secondo piano dell’antico convento e contengono importanti opere eseguite dal XII al XV secolo, numerosi dipinti di Marco Palmezzano (1459 – 1539) e del Cinquecento romagnolo, quindi i manieristi di Livio Agresti (1508 – 79), Francesco Menzocchi (1502 – 74), Livio Modigliani (doc. 1570 – 1606), i tardo manieristi e del primo Seicento, di Ferraù Fenzoni (1562 – 1645) ed alcune nature morte del Settecento.

Riferimenti:

  • M. Foschi, G. Viroli (a cura di), Il San Domenico di Forlì: la chiesa, il luogo, la città, Bologna 1991
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“Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini”

Pubblichiamo questo articolo come presentazione introduttiva all’evento che comincia oggi a Forlì, presso i Musei San Domenico.

Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini

Forlì, Musei San Domenico

09 febbraio – 16 giugno 2019

La mostra presenta l’arte italiana dell’Ottocento in un quadro generale, che comprende le opere di molteplici autori: una vera lezione di storia dell’arte dal vivo su un periodo di tempo compreso tra l’Unità d’Italia e lo scoppio della Grande Guerra. Non solo singoli autori e argomenti, ma un’esposizione di 94 artisti per un totale di 150 opere, disposte in una unica struttura che permette di   confrontare fra loro esecutori, periodi e stili diversi, evidenziandone i cambiamenti e l’evoluzione di tecniche esecutive e soggetti rappresentati. Sicuramente l’evento culturale dell’anno in Romagna.

Pelizza da Volpedo, Lo specchio della vita, 1895 – 98, olio su tela. Torino, GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea

L’Ottocento italiano non è un secolo caratterizzato da un proprio stile artistico, bensì da un insieme di correnti molto diverse l’una dall’altra, ognuna delle quali contribuisce a delineare uno degli aspetti che distingueranno il movimento moderno nel secolo successivo, nel nostro paese riconosciuto nell’avanguardia futurista. L’inizio del secolo è rappresentato dal consolidarsi del neoclassicismo e della tradizione accademica: Francesco Hayez (1791 – 1882) è il rappresentante ideale di questo periodo, il capo riconosciuto di una scuola romantica che trasportava in pittura il romanzo storico italiano. Situazioni diverse da regione a regione, favorivano la creazione di scuole locali, ciascuna delle quali tendeva a porsi come espressione generale dell’arte italiana: i vedutisti napoletani e la Scuola di Posillipo, attraverso le opere di Giacinto Gigante (1806 – 76) e dei paesaggisti Giuseppe (1812 – 88) e Filippo Palizzi (1818 – 99), l’esperienza dei Macchiaioli in Toscana, poi la Scuola della Resina (1865 – 67) di Adriano Cecioni. Queste tendenze avevano in comune un certo realismo e la pittura dal vero ed avevano, quale punto di riferimento, la pittura del francese Camille Corot (1796 – 1875) e della Scuola di Barbizon (1830). Poco oltre la metà del secolo, alla diffusione del realismo e del verismo in pittura, si associavano le opere dei Macchiaioli (1850 – 60), così definiti poiché sostenevano che il soggetto ritratto dal vero si percepisce come un contesto di “macchie di colore e chiaroscuro”. Fra questi artisti vi erano Giovanni Fattori (1825 – 1908), Telemaco Signorini (1835 – 1901), pittore dei soggetti dal tema sociale e quotidiano, lo scultore Adriano Cecioni (1836 – 86), Nino Costa (1826 – 1903), Giuseppe De Nittis (1846 – 84), paesaggista che espose alla prima mostra degli impressionisti francesi nello studio di Nadar (1874). Nell’ambito del realismo è molto singolare anche l’esperienza compiuta dal pittore Domenico Morelli (1826 – 1901), da Antonio Fontanesi (1818 – 82), il maggior paesaggista italiano del secolo tra realismo e romanticismo, e dallo scultore Vincenzo Gemito (1852 – 1929). Nell’Italia settentrionale particolari furono le esperienze pittoriche di Giacomo Favretto (1849 – 87) e della “scapigliatura” lombarda di Tranquillo Cremona (1837 – 78), con la sua pittura “immateriale”. Sul finire del secolo, attraverso il critico Victor Grubicy, le nuove teorie sulla percezione ottica del colore favorirono la diffusione del divisionismo, che produsse grandi artisti quali Giovanni Segantini (1858 – 99), pittore di carattere naturalistico e di paesaggio che rappresenta anche una certa spiritualizzazione della realtà, Pelizza da Volpedo (1868 – 1907), verista e puntinista che affronta decisamente le tematiche sociali, quindi Angelo Morbelli (1854 – 1919) e Plinio Nomellini (1866 – 1943). Maggiori contenuti mistico – simbolisti erano presenti nelle opere di Gaetano Previati (1852 – 1920), divisionista che prediligeva una stesura filamentosa e linee fluenti e flessuose della pennellata che preludono alla produzione liberty. Gli artisti di questo periodo, erano tutti suggestionati da un certo simbolismo di fine secolo: due espressioni interessanti di questo fenomeno sono rappresentate dal decadentismo simbolista di Giulio Aristide Sartorio (1860 – 1932) e dal simbolismo liberty di Leonardo Bistolfi (1859 – 1933). Attraverso queste esperienze si sviluppano anche le attività di Giacomo Balla (1871 – 1958) e Umberto Boccioni (1882 – 1916), alcuni degli artisti che nel nuovo secolo porteranno alla nascita del Futurismo.

I Musei San Domenico ci presentano tutte queste correnti e movimenti artistici in un unico, grande evento che non si limita alla presentazione delle opere di pittura ma ci offre una occasione straordinaria di confronto tra architettura, pittura, scultura, illustrazione e arti decorative. Si ripercorrono, in tal modo, le vicende di mezzo secolo di arte italiana, quello che ha preceduto la rivoluzione del Futurismo.

Saremo presenti alla mostra e presenteremo, in seguito, la nostra recensione sull’evento.

link utili: mostraottocento

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“La fotografia di Paolo Monti”

Romagnarchitettura è nato il 06 gennaio 2019, il giorno stesso in cui si è conclusa la mostra fotografica su Paolo Monti, tenutasi a Forlì, presso i Musei San Domenico, dal 06 ottobre 2018. Pubblichiamo uno dei nostri primi articoli su questo artista perché la sua produzione è stata una delle fonti di ispirazione per l’ideazione di questo forum, che si propone come strumento di diffusione della cultura romagnola attraverso immagini.

Paolo Monti - Venezia - 1950
Paolo Monti, Venezia, (1950) – Milano, Civico Archivio Fotografico

Le fotografie d’architettura di Paolo Monti sono in grado di comunicare significati che vanno oltre il soggetto rappresentato. Le sue immagini, spesso scattate allo scopo di rappresentare uno stato di fatto o una testimonianza storica, esprimono sempre qualcosa di più importante, principalmente perché sono contestualizzate e contengono alcuni particolari o soggetti secondari in grado di suggerire diverse riflessioni su un particolare evento storico o sugli usi e costumi di un paese o ancora su particolari contesti sociali. Nelle sue inquadrature il soggetto è rappresentato nella propria interezza o attraverso un particolare significativo che identifica l’immagine d’insieme, utilizzando la fotografia secondo il metodo deduttivo, come strumento di indagine per esprimere contesti e concetti generali. In tal modo, ad esempio, una strada piena di manifesti ci può rappresentare un particolare momento storico ed un evento speciale, quale può essere una grande manifestazione sindacale o di piazza, può portarci a considerare l’intero movimento popolare di quel periodo. Nei suoi paesaggi l’uomo è sempre al centro, come presenza fisica o come segno della propria attività: una bicicletta, una barca, un vaso sulla finestra; tutti oggetti quotidiani che individuano una presenza (umana). All’immagine si aggiungono spesso soggetti di carattere sociologico: un manifesto, un’insegna, un cartello o una scritta sul muro. Le sue foto tuttavia, rappresentano anche scene di vita, tradizioni popolari, il bello dell’arte, emozioni personali.

La mostra del San Domenico ci ha presentato l’attività di Paolo Monti in tutti i suoi aspetti più tipici e individuali. Accanto alle foto di paesaggio e di ambienti urbani, realizzate per i censimenti delle nostre città, vi erano le più belle immagini delle opere e città d’arte, le foto per le riviste di design oltre alle sue rappresentazioni più sperimentali di arte astratta, che dimostrano la conoscenza delle avanguardie artistiche del Novecento. L’esposizione ci ha dato l’occasione di osservare le stupende immagini delle sculture di Michelangelo, dalla Pietà Rondanini, alle opere fiorentine della Sacrestia Nuova di San Lorenzo e dei Prigioni della galleria dell’Accademia, seguite dalle splendide vedute di Venezia, di Firenze e delle città mediterranee, quindi le foto del museo di Castelvecchio di Carlo Scarpa e le foto più personali con i ritratti di donna.

“Paolo Monti (1908 – 82)”

Nato a Novara nel 1908 e originario di Anzola d’Ossola, laureato alla Bocconi di Milano in economia politica nel 1930, Paolo Monti è stato un grande artista, poi maestro e primo fotografo ad insegnare fotografia (tecnica ed estetica dell’immagine) all’università, presso la facoltà di lettere e filosofia di Bologna, nel periodo 1970 – 74. Dopo la laurea comincia a lavorare presso diverse aziende industriali e commerciali fino a svolgere l’attività di dirigente presso la Montecatini di Mestre e il consorzio provinciale di Venezia. Inizia la sua attività fotografica nel 1945, riprendendo le rovine provocate dalla guerra. Proprio a Venezia fonda, assieme ad alcuni suoi amici e colleghi, il circolo fotografico “La Gondola” (1947), che poco più tardi si imporrà come movimento d’avanguardia di carattere internazionale. La città lagunare è la sua prima fonte di ispirazione, poiché interessato alle vedute di paesaggio, in particolare affascinato da calli, portici, cortili e campielli. La sua attenzione agli elementi architettonici e ai soggetti urbanistici, lo porterà a collaborare con le migliori riviste di architettura del periodo (1947 – 54): Domus, Casabella, Zodiac, Stile e Industria. Nel 1953 si trasferisce quindi a Milano, dove l’anno successivo riceve l’incarico di fotografo alla X Triennale. Negli anni cinquanta si dedica alle immagini di Roma (fori imperiali, piazza Navona e fontana di Trevi) e alle foto artistiche, realizzate come ricerche sulla materia o esperimenti astratti, condotti come decomposizione di forme. Numerosi sono anche i ritratti dei più grandi artisti del periodo. Successivamente, intraprende una vasta campagna di rilevamento delle emergenze storiche e artistiche di tutte le regioni italiane per l’illustrazione della Storia della letteratura italiana di Garzanti mentre, nella nostra regione, esegue il censimento dei centri storici e delle valli appenniniche (1966). Negli anni che seguono l’attività di docente universitario, allarga il proprio interesse alla foto d’arte e di ambiente e le sue immagini illustreranno oltre 200 volumi su regioni e città d’Italia, singoli artisti e architetti. Tra le foto dei soggetti più importanti che ha ripreso si trovano quelle su Michelangelo, sulla Firenze del Brunelleschi, sui Musei di Palazzo Rosso e del Tesoro di S. Lorenzo a Genova di Franco Albini, su quello di Castelvecchio a Verona di Carlo Scarpa. Il suo ultimo lavoro riguardava il censimento dell’architettura e ambiente del lago d’Orta e della Val d’Ossola, suo luogo di origine.

Riferimenti:

  • A. Piovani (a cura di), Paolo Monti, Milano 1983
  • G. Chiaramonte (a cura di), Paolo Monti. Fotografie 1950 – 1980, Milano 1993

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“L’Esarcato di Ravenna”

Questo primo articolo di carattere storico lo pubblichiamo perché ci aiuta a capire come ha avuto origine la nostra regione e perché viene considerata diversamente dall’Emilia, nonostante i due territori si estendano lungo la pianura senza alcun elemento fisico che li divide.

Durante il periodo etrusco e romano, la nostra regione era abitata da popolazioni diverse: lasciamo perciò agli esperti di storia antica l’indagine sulle genti “romagnole” di quel periodo.

Patrimonium Sancti Petri - territori Stato Pontificio
Territori acquisiti dalla Chiesa durante la formazione dello Stato Pontificio. Da: S. Carocci, Patrimonium Sancti Petri – Enciclopedia Federiciana [Istituto Enciclopedia Italiana] (2005)

In seguito, dall’inizio del IV secolo a.C. le popolazioni di razza celtica invasero le pianure del nord Italia: i galli Boi si stabilirono in Emilia, i Lingoni o Egoni nel ferrarese e i galli Senoni nella Romagna e nelle Marche, rimanendovi per più di un secolo. Dopo le conquiste di Cesare, poiché diventava sempre più difficile controllare le numerose rivolte che si verificavano al suo interno, le province dell’impero romano vennero riorganizzate da Diocleziano (244 – 313), attraverso l’istituzione della prima tetrarchia (293 – 305 d.C.), il governo di due augusti e due cesari. L’impero fu quindi suddiviso in quattro aree amministrative, due orientali e due occidentali, e in dodici diocesi rette da un vicario: in questo modo, Italia, Spagna e il nord Africa occidentale vennero governate da un augusto, che stabilì la capitale a Milano.

La diocesi d’Italia fu poi ulteriormente suddivisa da Costantino (274 – 337) negli ultimi anni del III e all’inizio del IV secolo: le province meridionali della diocesi (Italia Suburbicaria) rimanevano sotto la giurisdizione del vicario di Roma, mentre la parte settentrionale (la cosiddetta Italia Annonaria) veniva governata dal vicario di Milano. In questa divisione, la Gallia Cispadana comprendeva due province distinte, separate dal Santerno e chiamate, rispettivamente, Aemilia (con capoluogo a Bologna) e Flaminia, con capoluogo a Ravenna.

Nel 404 l’imperatore romano d’occidente Onorio (384 – 423), in seguito all’invasione dei Visigoti di Alarico, decise di spostare la capitale da Milano a Ravenna, considerata più sicura poiché sorgeva in un ambiente lagunare paludoso. Dopo il 567 la città divenne sede dell’Esarcato d’Italia, che comprendeva quasi tutta l’antica Flaminia e la pentapoli marittima, in origine composta dalle cinque città e territori di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, alla quale si aggiunse in seguito la pentapoli mediterranea, detta anche nuova, formata da Jesi, Cagli, Gubbio, Fossombrone e Urbino con il Montefeltro. L’Esarca di Ravenna, nominato dall’imperatore, era il suo rappresentante in Italia, un supremo magistrato che deteneva sia il potere civile che quello militare. L’esarcato durò fino al 751, quando anche Ravenna fu occupata definitivamente dai Longobardi del re Astolfo. Fu in questo periodo che lo storico longobardo Paolo Diacono (730 – 99) cominciò a fare distinzione fra Italia longobarda e Italia romana, cioè soggetta al dominio dell’impero, e che alla Flaminia, allora Esarcato di Ravenna, venne specialmente applicato il nome di provincia romana o Romània. Quando poi si cominciò a scrivere in volgare e in italiano, apparve il nome di Romagna, che troviamo già in Dante Alighieri.

Da allora in poi, questo nome si è sempre usato, sia in lingua scritta che parlata, tanto per la Romagna pontificia che per la Romagna – Toscana e siccome si è spesso usata anche la distinzione fra Romagna bassa e alta, così ne è venuto il nome plurale di Romagne.

Riferimenti:

  • E. Rosetti, La Romagna. Geografia e storia, Bologna 1995

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“La Romagna: città e territori”

Gli argomenti che si occupano delle particolari tradizioni locali della Romagna, riguardano le singole città e i loro territori specifici e di confine, per questo motivo, sono divisi per soggetto in proprie categorie. In questa prima introduzione, le descriviamo in generale, riservando ai prossimi articoli una trattazione specifica dei singoli temi.

mappa Romagna

“Imola e Castello: la Romagna e il bolognese”

È la terra di confine con Bologna che occupa i territori della valle del Santerno, dalla pianura verso il ferrarese ai borghi di Toscanella e Dozza, nonché tutta la zona collinare di Borgo Tossignano, fino a Castel del Rio. Costruita attorno alla sua imponente rocca sforzesca, Imola è la città degli sport motoristici e delle piastrelle in ceramica.

Posto tra il fiume Santerno e il torrente Senio, scopriamo il territorio di Castelbolognese, che si sviluppa in pianura, da Bagnara e Solarolo, volgendosi verso la montagna da Riolo fino a Casola. Nello sviluppo degli argomenti relativi a queste zone, si tengono conto dei possibili influssi della cultura e tradizione bolognese.

“Faenza e Brisighella: il faentino e la Romagna Toscana”

Il territorio di Faenza, città delle tradizionali ceramiche, si estende da Cotignola a Brisighella, lungo la valle del Lamone, da sempre via privilegiata di transito e commercio con la Toscana, rafforzata dopo la costruzione di una delle prime storiche ferrovie, tuttora funzionante e linea percorsa ogni anno dal “treno delle castagne” fino a Marradi. Sulla grande piazza con la fontana del Paganelli, si incontrano le due strade principali della città dei Manfredi, sulle quali sorgono anche i grandi palazzi nobiliari costruiti dalle famiglie brisighellesi, che vi governavano sin dal medioevo. A Faenza si svolge, ogni anno, il Palio del Niballo, disputato tra i rappresentanti dei cinque rioni cittadini. Gli argomenti relativi al territorio faentino comprendono anche gli approfondimenti sulla Romagna Toscana.

“Ravenna, Russi, Bagnacavallo, Lugo: il ravennate e la pianura”

Ravenna, la “mitica” capitale dell’impero romano d’occidente e patria dei mosaici, occupa un vastissimo territorio, che dal mare, fra Savio e Sant’Alberto, attraverso la Pialassa della Baiona e le sue pinete, si estende nella pianura fino a Russi, Bagnacavallo, Lugo, Massalombarda e Conselice, allungandosi al limite delle valli di Comacchio. La città è ricca di arte e storia, ma è anche caratterizzata da un aspetto geografico molto particolare, caratterizzato dal fenomeno della subsidenza e da un’ambiente lagunare delimitato dalle pinete, che in antichità si estendevano da Cesenatico al Polesine, lungo una spiaggia formata da dune sabbiose. Il porto di Ravenna è uno dei principali scali italiani e permette di mantenere, come nel suo glorioso passato, relazioni e intensi scambi commerciali con i mercati del Mediterraneo e del medio Oriente.

Lugo e Bagnacavallo sono le tipiche località della pianura, caratterizzate dalle loro particolari piazze del mercato e principali centri storici della Bassa Romagna.

“Forlì, Forlimpopoli e Bertinoro: il forlivese e la montagna”

Forlì è la città “moderna” del fascismo, che ha portato notevoli cambiamenti al suo tessuto edilizio, dalla realizzazione di grandi assi stradali con viali alberati e piazze, a quella di giardini ed enormi palazzi pubblici, dall’architettura monumentale e “metafisica”. Sorge nella pianura fra il Montone e il Ronco, in un territorio che si estende verso le colline di Meldola, Castrocaro e Terra del Sole, fino alle montagne di Modigliana, Cusercoli e Galeata, proseguendo ancora verso il passo del Muraglione, sul parco delle Foreste Casentinesi, dove si trovano il bacino e la diga di Ridracoli, fonte di acqua per tutta la Romagna. La città degli Ordelaffi e di Caterina Sforza è anche terra di origine di Melozzo, uno dei più grandi artisti del primo Rinascimento italiano. Il suo centro storico è caratterizzato dalla grande piazza Saffi, sovrastata dalla torre civica e dal particolare campanile medioevale di San Mercuriale. Attualmente, la città ospita importanti eventi culturali, organizzati nel rinnovato complesso dei Musei San Domenico.

Il centro di Forlimpopoli è costruito attorno alla sua rocca, e fu teatro della più grande impresa del Passatore, che in quei disordini trascinò anche il suo più illustre cittadino, Pellegrino Artusi.

Bertinoro, paese dell’ospitalità e dell’albana è anche luogo di origine dei “da Polenta”, signori di Ravenna dal 1275 al 1441.

“Cesena, Gambettola e Savignano: il cesenate e la montagna”

Arroccata sul colle Garampo, Cesena è famosa soprattutto per la sua Biblioteca Malatestiana: la prima collezione civica d’Italia e d’Europa, nonché unico esempio di biblioteca monastica rimasta perfettamente intatta in tutte le sue dotazioni librarie e di arredo. La piazza principale della città è caratterizzata dalla fontana rinascimentale del Masini e dalla lunga scalinata di accesso che conduce all’ingresso del palazzo comunale e della rocca. Il suo territorio occupa tutta la vallata del fiume Savio, dalla pianura di Ronta e San Giorgio, alle prime colline di Borello e Mercato Saraceno, fino alle montagne di Sarsina, San Piero e Bagno di Romagna, concludendosi nelle zone di Verghereto, Montecoronaro e del monte Fumaiolo, alle sorgenti del Tevere. Città del calcio romagnolo, di grande scuola e tradizione, nonché sede di una rilevante manifestazione ippica estiva, è stata per lungo tempo anche un importante centro per la musica lirica e gli spettacoli teatrali.

Attraversando i torrenti Pisciatello e Rigossa, lungo la via Emilia, troviamo Gambettola, paese del tradizionale carnevale e delle tele stampate a mano, quindi Savignano, luogo di aspre dispute sul corso del fiume Rubicone e lunghe contese per il suo dominio tra Cesena e Rimini. Il ponte romano sul fiume è il monumento più importante e ci ricorda la sua storia antica, tuttavia, Savignano è nota anche per la sua Accademia letteraria dei Filopatridi.

“Rimini e Santarcangelo: la Romagna e il Montefeltro”

Luogo del divertimento romagnolo e del turismo estivo, di fama internazionale, Rimini è soprattutto una città ricca di arte e storia, prima colonia romana, poi signoria dei Malatesta: ne sono testimonianza storica l’arco di Augusto e il ponte di Tiberio, nonché il Tempio Malatestiano di Leon Battista Alberti, ideale prototipo dell’architettura del primo rinascimento, che conserva al suo interno un crocifisso di Giotto e l’affresco di Piero della Francesca con San Sigismondo. Sulla piazza principale della città, si trovano la fontana medioevale e il monumento a papa Paolo V e vi si affacciano il prospetto della vecchia pescheria e il fronte principale del teatro Galli. Il territorio di Rimini comprende tutta la costa adriatica, da Bellaria a Gabicce e si estende all’interno, nella val Marecchia, da Santarcangelo a Poggio Berni, Verucchio e Torriana, nella val Conca da Coriano a San Clemente e Morciano a Montescudo, Gemmano e Montefiore, concludendosi nella riserva naturale di Onferno. Confinano con la provincia di Pesaro – Urbino i paesi di San Giovanni in Marignano, Saludecio, Mondaino e Montegridolfo, mentre alcuni comuni del Montefeltro sono passati alla provincia di Rimini nel 2009, ovvero San Leo, Talamello, Maiolo, Sant’Agata e Novafeltria, Pennabilli e Casteldelci, precedentemente compresi nel territorio della regione Marche.

Santarcangelo è la città di papa Clemente XIV, al quale è dedicato l’arco posto all’ingresso della piazza principale, ma anche del pittore Guido Cagnacci e del poeta Tonino Guerra. Caratteristiche del borgo antico sono le grotte sotterranee che attraversano tutto il centro racchiuso dalle mura, mentre diverse contrade salgono a gradonate verso il Campanone, posto in sommità al colle. In paese si stampano ancora le tradizionali tele romagnole con i tipici disegni color ruggine.

“Cervia e Cesenatico: il mare e la costa”

Mentre le città costiere di Ravenna e Rimini vedono prevalere comunque, per importanza, i loro caratteri storico – artistici e mantengono un legame privilegiato con l’entroterra, Cervia e Cesenatico sono le tipiche località di mare. Il porto canale leonardesco di Cesenatico possiede una particolare conformazione planimetrica e vi è incluso il museo galleggiante della Marineria, con le sue storiche barche a vela; vi si affacciano inoltre, la chiesa di San Giacomo, Piazza Pisacane e il mercato del pesce, con la piazzetta delle Conserve, subito dietro. Cesenatico è anche una città di architettura moderna e liberty, anche se ricca di aree da riqualificare e di “paradossi” architettonico – urbanistici. Ha dato i natali a Marino Moretti e al ciclista Marco Pantani, che ha favorito la notevole diffusione del turismo sportivo internazionale.

Cervia è anch’essa disposta sul canale, dove si trovano la chiesa e il convento di S. Antonio, il complesso dei magazzini del sale con la propria torre e la darsena delle “burchielle”, la piazza dei Salinari e la torre di San Michele. Subito dietro al canale si trova il centro storico settecentesco con la piazza quadrilatera, sulla quale prospettano il palazzo comunale e la cattedrale. Il territorio di Cervia si distingue per alcune sue particolarità: le saline, le terme e la pineta di Pinarella. Le antiche saline (quella originaria del Camillone ancora oggi utilizzata), sono divenute riserva naturale protetta della regione, per il loro ambiente unico, dal punto di vista naturalistico e per la presenza di numerose specie animali e vegetali.

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“Bruno Zevi (1918 – 2000)”

Laureato in architettura ad Harvard, presso la Graduate School of Design di Walter Gropius, negli Stati Uniti dirige i “Quaderni Italiani” del movimento Giustizia e Libertà. Tornato a Roma nel dopoguerra, pubblica il suo primo libro Verso un’architettura organica, del 1945. Nel 1948 esce Saper vedere l’architettura, premio Cortina-Ulisse per la critica d’arte europea, in seguito tradotto in ventuno lingue e ristampato in quindici edizioni. Inizia quindi l’attività universitaria, prima come professore di storia dell’architettura allo IUAV di Venezia, poi alla facoltà di architettura di Roma (1963). Nel 1950 pubblica la prima delle dieci edizioni della sua Storia dell’architettura moderna, integralmente riscritta nel 1975. Dal 1955 dirige la rivista “L’architettura – cronache e storia” e nel 1959 fonda l’Istituto Nazionale di Architettura (In/arch). Fra i suoi testi più importanti, possiamo citare: Architettura in Nuce (1960), Spazi dell’architettura moderna (1973), Il linguaggio moderno dell’architettura, (1973), Poetica dell’architettura neoplastica e Architettura e storiografia (1974), Zevi su Zevi (1977), Editoriali di architettura e (1979), Storia e controstoria dell’architettura in Italia (1997). Notevoli sono anche le sue monografie, diverse su Frank Lloyd Wright (1947), ma anche su Erik Gunnar Asplund (1948), Richard Neutra (1954), Biagio Rossetti (1960), Michelangelo architetto (1964), l’opera completa di Erich Mendelsohn (1970), Giuseppe Terragni (1980). I suoi articoli de “l’Espresso” sono raccolti nella serie “Cronache di architettura”. La sua fu un’attività di storico e critico dell’architettura. Fu membro onorario del Royal Institute of British Architects e dell’American Institute of Architects, accademico di San Luca, vicepresidente e presidente del Comitato Internazionale dei Critici di Architettura (CICA).

link utili: fondazionebrunozevi

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