“L’Ottocento: un secolo d’arte in mostra a Forlì”

In questo articolo vi presentiamo la nostra prima recensione di un grande evento che si sta svolgendo qui in Romagna.

Raccontiamo le nostre sensazioni ed opinioni sulla mostra: “Ottocento. L’arte dell’Italia tra Hayez e Segantini” aperta a Forlì, presso i Musei San Domenico, fino al 16 giugno 2019.

Ottocento è la mostra delle sensazioni e delle tecniche infinite.

Questo perché ogni singolo quadro esposto è capace di trasmettere molteplici, intense e contrastanti emozioni: la severità dei soggetti storici, la crudezza della guerra, l’introspezione prodotta dalle difficoltà sociali e personali, la malinconia e la meraviglia di un paesaggio, la grazia e il fascino di un ritratto di donna.

Questa mostra è anche la rappresentazione delle diverse e particolarissime tecniche pittoriche che distinguono le scuole e gli autori di questo secolo contradittorio: ognuno di essi possiede un proprio personale tocco o una caratteristica pennellata.

Mostra Ottocento manifesto
Forlì. Musei San Domenico. Manifesto della mostra. 9 febbraio – 16 giugno 2019

L’ingresso dell’esposizione è posto a destra del refettorio, dove si trovano gli affreschi dell’antico convento. La prima serie di sale contiene alcuni ritratti di Hayez molto interessanti, dipinti su sfondi neutri, quindi diversi soggetti a carattere storico (della metà del secolo) descritti assai bene attraverso la sua tipica rappresentazione a contorni chiaramente definiti. Un soggetto singolare è il Vaso di fiori sulla finestra di un harem (1869 – 81).

A lato di queste sale percorriamo il lungo corridoio con i soggetti classici e storici, che comincia con il Bagno pompeiano (1872) di Giuseppe Barbaglia (1841 – 1910), una grande tela dal vago aspetto simbolista e prosegue con altri grandi dipinti di Giuseppe Sciuti (1834 – 1911), Giovanni Muzioli (1854 – 94), Cesare Maccari (1840 – 1919) e Francesco Saverio Altamura (1822 – 97). Su questa parete troviamo un grande dipinto, impressionante: I funerali di Britannico (1888) del Muzioli, impostato attraverso una “intelaiatura” di imponenti architetture marmoree soggette alla furia della tempesta, che sembra travolgere anche lo strazio della ragazza, rimasta immobile su un tavolo di freddo marmo. A sinistra, in fondo al corridoio, troviamo un altro grande dipinto di Hayez, il Martirio di San Bartolomeo (1856), mentre a destra vi sono alcune opere di carattere auto-celebrativo: il Leonardo che ritrae la gioconda (1863) del Maccari e Raffaello e la fornarina (1866) di Francesco Valaperta (1836 – 1908), dove su uno sfondo scuro è posta la grande tela della Trasfigurazione.

Cortile ingresso mostra
Forlì. Musei San Domenico. Cortile di ingresso.

Lungo questa ala dell’antico convento si trovano le sale con i ritratti di importanti personaggi italiani: D’annunzio, Carducci, Manzoni, Puccini, Cavour ed anche il busto di Verdi (1872) di Vincenzo Gemito e quello di Aurelio Saffi (ultimo decennio del secolo XIX), attribuito a Tullio Golfarelli. Diversi i ritratti di Vittorio Matteo Corcos (1859 – 1933), fra i quali spicca quello di Garibaldi, un interessante quadro su sfondo nero con il rosso sangue degli indumenti risolto da una pennellata “immateriale”. Chiudono l’ultima sala uno studio di testa (1873) di Silvestro Lega (1826 – 95) e il ritratto di Diego Martelli (1887) di Francesco Gioli (1846 – 1922).

Salendo lo scalone per andare al piano superiore, cominciamo a scorgere il Cesare Borgia a Capua (1879 – 80) di Gaetano Previati, uno dei tre giganteschi quadri che occupano totalmente le pareti del vano. Tuttavia, queste immagini non si possono osservare nella loro interezza fino a che non si è arrivati al piano, dove sono collocate, distese sulla sinistra, le statue in gesso degli amanti (1883-84) di Leonardo Bistolfi.

Siamo nel “cuore” della mostra e accediamo ad alcune sale “tematiche” poiché contengono le opere che raccontano i grandi argomenti del verismo ottocentesco.

La prima possiamo definirla la “sala della guerra”

Il dipinto di fronte al suo ingresso è lo staffato (1880) del Fattori, poi troviamo l’artiglieria toscana a Montechiara (1860) di Telemaco Signorini, le grandi immagini di Napoleone Nani, Federico Faruffini, Domenico e Girolamo Induno (La battaglia di Magenta, 1861) per finire con La breccia di Porta Pia (1871) di Michele Cammararo (1835 – 1920), un quadro impressionante, dalla pennellata consistente e materica. Esplosivo! Sembra di averlo vissuto!

Nella stessa sala si trovano anche le cucitrici di camicie rosse (1863) di Odoardo Borrani (1833 – 1905), un quadro molto piccolo di dimensioni ma stupendo, dal tocco di pennello fine e preciso.

La seconda sala è quella dei “temi sociali”

Naturalmente vi sono i quadri di Telemaco Signorini, ma anche diversi dipinti molto significativi. La marcatura dei puledri in Maremma (1887) di Fattori è magnifico, la sua tipica pennellata è ben riconoscibile e il soggetto, inconsueto, è ben rappresentato su un paesaggio marino che compare sullo sfondo. L’erede (1880) di Teofilo Patini (1840 – 1906) invece, è una pura rappresentazione della povertà. Al centro della sala si trovano due grandi sculture in bronzo, sovrastate per importanza da una più piccola: il boaro (1885) di Bistolfi. Sulle altre pareti sono esposte le opere di Segantini, Bartolomeo Bezzi, Angiolo Tommasi e Felice Carena, con grandi quadri dal forte impatto, poi Plinio Nomellini e La sedia vuota (1903) di Angelo Morbelli, di modeste dimensioni ma con una pennellata particolarissima a piccoli filamenti disposti anche secondo una finissima maglia “telata”.

La terza è la “sala del paesaggio”

Il primo quadro, di fronte all’ingresso è il singolare Tramonto (il roveto) di Pelizza da Volpedo, del 1880, un soggetto naturalistico privo della presenza umana, quindi troviamo bellissimi dipinti di Nino Costa, Vincenzo Cabianca (1827 – 1902), Guglielmo Ciardi, Francesco Lojacono (1838 – 1915), ma anche un particolare soggetto di Pompeo Mariani, La sposa del mare (1897).

Il corridoio loggiato sul primo cortile comprende diverse sculture ed altri dipinti di Giuseppe De Nittis, Federico Zandomeneghi (1841 – 1917), con la sua pennellata caratteristica pseudo – divisionista, Una madre (1884) di Silvestro Lega, un quadro grande che trasmette sensazioni particolari e si conclude con un “ritratto trittico” di Vittorio Matteo Corcos, in lettura sul mare (1910).

Il corridoio successivo comprende ritratti di donna a figura intera, quasi una “sfilata di moda”, quindi si accede ad un’altra sala dei ritratti che presenta anche dipinti di epoche precedenti, eseguiti da Barocci, Reni, Crespi, Tiepolo, Batoni e Giovanni Carnovali detto il Piccio. Le opere principali di questo locale sono tuttavia le più recenti, ovvero quelle di Giacomo Balla, dalla pennellata diversificata applicata per linee o a tratteggio, oppure a puntini o ancora con un tocco denso e le tre donne (1909 – 10) di Boccioni, un quadro grande ad altezza d’uomo dove una luce abbagliante tende a smaterializzare i corpi.

L’ultima che incontriamo si può definire la “sala della sintesi”

Vi si trovano sei grandi quadri che riuniscono, in questo unico ambiente, tutto il percorso della mostra fin qui apprezzata: il tondo con angeli di Sartorio, due grandi quadri di Segantini, le due madri del 1889 e alla stanga del 1886, un coinvolgente quadro in orizzontale di Francesco Paolo Michetti (1851 – 1929), il morticello (1884), lo specchio della vita di Pelizza (1895 – 98) e pascoli di primavera (1896), ancora di Segantini.

Un trionfo. La degna conclusione di un percorso che è stato un crescendo di sensazioni.

San Domenico. Primo cortile
Complesso di San Domenico. Primo cortile dell’ex monastero.

In questa recensione, ci siamo tuttavia limitati a descrivere le opere che ci hanno maggiormente impressionato, poiché la mostra comprende anche numerose altre opere non citate in questa circostanza. Nonostante la presentazione dell’evento abbia creato, nella nostra redazione, una grande aspettativa, la rassegna è stata comunque sorprendente per l’importanza, il numero, la qualità e la disposizione delle opere all’interno del complesso.

Partecipare all’evento diventa perciò un’occasione da non perdere per osservare e studiare queste opere straordinarie.

Un’autentica lezione di storia dell’arte dal vivo.

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