Quando frequentavo l’università uscivano, in edicola, dei “libricini” di 100 pagine a 1000 lire: il primo di questi era “Architettura, concetti di una controstoria” di Bruno Zevi (1994). Era un modo semplice di divulgare alcune letture, molto impegnative, sull’architettura.

Bruno Zevi, Architettura, concetti di una controstoria, Roma 1994
Le mie scarse risorse economiche mi impedivano l’acquisto di molti libri e la lettura dei giornali mi era disagevole, soprattutto per la mancanza di tempo, quello che dovevo impiegare per gli studi. In questo modo però, si potevano occupare i momenti improduttivi della giornata, con letture che consentivano di pensare l’architettura al di fuori degli schemi convenzionali proposti dall’università. Queste riflessioni mi permettevano di conoscere meglio la storia, le forme e le particolarità di opere importanti, ma al tempo stesso mi fornivano anche spunti progettuali, aprivano la mente a nuove considerazioni e mi aiutavano a sviluppare nuove idee, proprio grazie al confronto fra costruzioni dissimili. Mi chiedevo cosa metteva in comune architetture tanto distanti nel tempo.
Così, fra il 1994 e il 1996, ogni momento veniva occupato da attività utili e costruttive, poiché impegnavo i “tempi morti”, quelli consumati nell’attesa di una revisione, di un esame, fra una lezione e l’altra o quelli utilizzati per dialogare con i colleghi nei momenti di rilassamento, prima o dopo il pasto, nell’attesa di partire in treno, lasciando la mia immaginazione perdersi in questi ragionamenti. È così che ho appreso, in maniera molto personale, il significato di controstoria e di invariante. [Ermes Brunelli]